giovedì 21 ottobre 2010

WEST - il mio primo viaggio nel sud ovest degli Stati Uniti


quarta puntata - terzo e quarto giorno - il Colorado e le Rocky Mountains

3 Agosto 2010

Località: Mexican Hat, UT
Tempo: leggermente nuvoloso, promette sole
Miglia percorse finora: 495 (797 km circa)



7

Visualizza Day 3, 3rd of August: Mexican Hat - 4 Corners - Durango in una mappa di dimensioni maggiori


La notte nel bungalow è stata tranquilla e riposante. Il silenzio assoluto che c’è a Mexican Hat è quasi fastidioso abituati come siamo al rumore di fondo del traffico cittadino.
Sono le 8,30 ed è l’ora di rifare le borse.
Colazione a Mexican Hat
Riconsegniamo le chiavi alla hall e ci sediamo ad un tavolino del Cafè per la colazione
. Sempre più in accordo con le abitudini locali, stavolta optiamo per
 un’abbondante ed ipercalorica colazione a base di omelette al formaggio, toast fritti e marmellata alla fragola con una super tazza di sbobba/caffé, nerissimo e bollentissimo. Al San Juan Inn la colazione non è compresa, si paga a parte direttamente alla cassa del Cafè. Ce la caviamo con 16,50 $ più 6,70 $ di “ricordini” e acqua minerale. L’acqua la mettiamo nello zaino termico che trova comodamente posto sul portapacchi del tour pack insieme alla spesa fatta i giorni scorsi a Flagstaff : banane, albicocche e qualche succo di frutta o integratore di sali.
vista del San Juan River
Rimontiamo sulla 163, direzione est, non prima però di aver fatto rifornimento. Poco prima di arrivare a Bluff prendiamo la 191 verso sud e oltrepassiamo il San Juan River, fiume immissario del Colorado River.  Ci fermiamo giusto il tempo di fare qualche foto al lussureggiante alveo del fiume che crea un contrasto strepitoso con l’ocra delle rocce della valle. La Interstate Highway 191 rientra in Arizona per intercettare nuovamente la 160, la highway che avevamo lasciato per arrivare alla Monument e che ora riprendiamo per dirigerci verso est ovvero verso il Four Corners Monument. Nota geografica da tener conto è che gli stati di Arizona, Utah, Colorado e New Mexico incrociano i propri confini formando appunto quattro angoli perpendicolari e in quel punto vi è una pietra che indica il punto di intersezione. Questa pietra è chiamata appunto Four Corners Monument ed intorno, come in tutti i punti di interesse negli Stati Uniti, vi è una struttura ricettiva con parcheggi, servizi e negozi di gadget.
Insegna del
Four Cornes Monument
Sfiga vuole che proprio quel giorno il monumento sia chiuso per lavori. Non che ci sia da disperarsi, non è certo gli Uffizi, ma insomma, chissà se ci torneremo mai. Fuori dai cancelli ci sono tanti turisti che come noi sono rimasti beffati. Tra questi, una coppia di rider diretti a Sturgis, Mike e Wendy, con la loro bellissima Road Glide. Incuriositi dalle patch del nostro gilé, ci chiedono se siamo venuti dall’Italia per andare a Sturgis. Spiegando per l’ennesima volta la difficoltà per noi di andare a Sturgis, gli raccontiamo allora dei nostri programmi. Siccome vengono dalla California, hanno percorso al contrario lo stesso itinerario che faremo noi nei giorni a seguire e cominciano a darci delle dritte. L’unica cosa di cui si raccomandano è di stare attenti alla strada che porta allo Zion Park perché molto brutta e ricoperta di “gravel” ovvero breccino, l’incubo di ogni motociclista da strada. Mike e Wendy hanno un diario di viaggio sul quale annotano tutte le persone che incontrano e si fanno lasciare da questi una dedica. E noi non ci tiriamo indietro. La sosta di una mezz’oretta è stata più che sufficiente e, al saluto di “ride safe”, ci congediamo dal Four Corners e da Mike e Wendy ripartendo sulla 160 verso lo stato del Colorado. 
A chiacchiera con Mike e Wendy

Da qui la strada si fa piuttosto rettilinea e il paesaggio monotono sia nei colori sia nelle asperità. Si viaggia su strade lisce come biliardi fiancheggiando massicci rocciosi e altopiani come quello di Mesa Verde. Le stazioni di servizio sono quasi tutte gestite da Navajo e proprio in una di queste ci fermiamo per fare carburante e per pranzare con la frutta dello zaino frigo. Solo quando arriviamo a Cortez, la strada fa un’ampia svolta a destra per addentrarsi verso le Montagne Rocciose. Da qui in avanti il paesaggio comincia a cambiare. Le polverose pareti rocciose lasciano il posto a declivi più addolciti e ricoperti sempre di più da vegetazione ed alberi ad alto fusto. Cominciano le Rocky Mountains e addirittura si comincia a scorgere i primi abeti. Il paesaggio diventa quasi alpino. Si intravedono anche grossi nuvoloni all’orizzonte, proprio sulla nostra direzione. Quando mancano solo 15 miglia a Durango, il cielo ci costringe a fermarci per indossare le tute impermeabili. 
Highway 160

Giusto in tempo per ricevere uno scroscio di acqua gelata, fredda al punto di farci battere i denti. Per fortuna siamo gia a Durango. Questa è graziosa cittadina mineraria, importante snodo commerciale e logistico ai tempi della corsa all’oro. Oggi è una chiassosa località turistica quasi caotica, frequentata da appassionati di Kayak, Mountain Bike e di scalate. In inverno è una rinomata località sciistica. Gli Harleysti non si contano, pare proprio sia un crocevia importante per chi va a Sturgis. Gia mi pregusto un bel giro in centro alla scoperta dei numerosissimo negozi che si vedono dalla strada. Il motel, prenotato dall’Italia, è il Best Western Mountain Shadow, lungo la Interstate Highway 550, che va verso nord. Il motel ha un ampio parcheggio interno che in capo a due ore è già pieno di Harley. Turisti senza prenotazione fanno la fila a chiedere disponibilità per una camera che non c’è. Il motel è al completo, come pare lo siano un po’ tutti a Durango in questo periodo. Che fortuna che abbiamo prenotato. Ora mi spiego anche il perché dei prezzi così alti, oltre 127 € per una notte, tasse escluse. Non sono neanche le 15,00 quando prendiamo posto in camera.
Il Best Western Mountain Shadow
di Durango
Le camere dei Best Western hanno tutti dei buoni standard qualitativi e le camere sono complete di ogni confort. All’interno del motel vi è anche una laundry, lavanderia a gettoni. Decidiamo che è il momento, dato che fuori piove, di fare il bucato. La lavatrice usa 3 monete da un quarto di dollaro, ovvero 75 cents. Ne facciamo 2, una alla volta perché ce ne è solo una, non tanto per la quantità ma per dividere bianchi da neri e colorati: sapienza di Piccola, io avrei messo tutto insieme. Facciamo anche 2 asciugatrici allo stesso prezzo. Compriamo al distributore automatico anche il detersivo in polvere. Costo totale dell’operazione, con quei due o tre snack presi per passare il tempo, 7 $. Dobbiamo decidere cosa fare la serra e qui ci viene in soccorso la guida Lonely Planet: tra le cose da fare a Durango c’è il viaggio sul treno a vapore che collega la città a Silverton, un’altro villaggio dalle origini minerarie. Ma ci vuole una giornata intera e noi non ce l’abbiamo. Ci sarebbe il museo dei minatori, ma chiude presto ed è già tardi. 
Il treno a vapore di Durango
alla partenza

Mi sorge il dubbio che forse avrei dovuto programmare meglio il soggiorno a Durango, magari fermarmi una notte in più. Nel frattempo ha smesso di piovere pertanto decidiamo di fare una visita al locale dealer HD e poi cercare un ristorante. Il dealer HD è poco fuori la città, lungo la 160. E’ un negozio grandissimo anche se non ha niente a che vedere col Chester’s HD di Mesa. Ne approfittiamo per implementare l’abbigliamento pesante con un paio di maglie a maniche lunghe e una felpa per Piccola. Compriamo anche qualche pin dell’Iron Horse Chapter e due bellissime sciarpe di seta col Bar & Shield e l'Harley-Davidson Ride Atlas of North America (2nd Edition) di Randy McNally (che è un bellissimo atlante stradale per Harleysti, la versione lusso con pagine patinate e copertina impermabile rigida dell'Hand Book che invia la H.O.G. ai suoi soci. Per tutto, 380 $ e passa la paura. E’ l’ora di cena e torniamo in centro in cerca del ristorante. La Lonely Planet consiglia l’Ore House come migliore grill house della città. Girando per trovarne l’insegna, rimaniamo colpiti dall’incredibile vitalità del centro, abituati finora alla quiete del deserto.


Ci viene una gran voglia di shopping ma ci salviamo perché sono più delle 19.00 ed è praticamente tutto chiuso tranne bar, cafè e ristoranti. Troviamo l’Ore House. E’ gia al completo ma ci assicurano un tavolo entro trenta minuti. Lascio il mio nome, anzi uso un nome falso. Mi piace usare il nome di “Gambino”, famoso mafioso italo americano conosciutissimo negli States. In questo modo sono quasi certo che non sbagliano a scriverlo e non sbagliano a chiamarlo. Provate voi a far scrivere o pronunciare correttamente ad un americano il nome “Mazzieri” che spesso viene scritto male anche dagli italiani: “Mazzei, Mazieri, Mattieri” . Non parliamo poi di “Emanuele”. Dietro l’angolo dell’Ore House c’è un’enoteca che vanta avere vini italiani. Di italiani ha solo la Vernaccia di San Gimignano e per me berla in Colorado equivale ad una bestemmia. Provo uno chardonnay californiano, l’unica cosa liquida che non ha attraversato l’oceano. Indovinate invece cosa ha ordinato Piccola?... Passano i trenta minuti e ci ripresentiamo al ristorante. 
Mr. Gambino all'ingresso
dell'ORE HOUSE di Durango

Puntualissimi, ci fanno subito accomodare ad un piccolissimo tavolino per due. Dando uno sguardo in giro, il locale è molto grazioso, tutto in legno e mattoni rossi, con simpatici quadri alle pareti evocanti l’età dell’oro. Inoltre non possono mancare svariate rappresentazioni del treno a vapore, simbolo di Durango. Il menù è abbastanza vario ma spiccano tra tutti le specialità alla griglia. Rammentata anche dalla guida, leggo di una enorme grigliata mista di manzo e crostacei che pare sia il piatto forte del locale. Evitiamo religiosamente di mescolare carne e pesce, siamo pur sempre toscani. Andiamo quindi per un’insalata al buffet e per un filetto alla griglia. Al momento di servire il filetto, arrivano due cameriere in una specie di processione, spingendo avanti un carrello con la pietra ollare. Su questa spicca questo filetto di media cottura, perfetto nel colore e nella forma.
Filetto opera d'arte

Ci viene tagliato davanti agli occhi mentre una cameriera, probabilmente la caposala, detta all’orecchio dell’altra le istruzioni per il taglio. Le fette vengono poi adagiate su un piatto ceramico con patate al forno e salse varie. Non esagero se dico che probabilmente abbiamo mangiato il filetto più buono della nostra vita. Brava Ore House, 10 e lode! Da provare. Unica pecca, ma solo per la nostra cultura, la mancanza assoluta di buoni vini da abbinare. Costo totale della serata: 21,04 $ per l'aperitivo e 87,50 $ per al ristorante.  Dopo la sublime orgia di carne, con più di 200 miglia sulla schiena, si è fatta l’ora di tornare al motel dove un enorme king size ci attende.

4 Agosto 2010

Località: Durango, Colorado
Tempo: sole e nuvole sparse
Miglia percorse finora: 683 (1100 km circa)



Visualizza Day 4, 4th of August: Durango - Montrose - Grand Junction in una mappa di dimensioni maggiori



Dispiace un po’ lasciare l’enorme king size del Best Western Mountain Shadow perchè è talmente grande che anche io mi ci sento piccolo. Figuriamoci poi Piccola che sembra perdercisi dentro. È però una magnifica giornata e ci aspettano le Rocky Mountains o perlomeno la parte sud ovest. Il percorso è stato attentamente studiato sull’Hand Book e poi ricontrollato sul nuovo Ride Atlas che è molto più dettagliato.
Il King Size

La strada, segnalata come panoramica, si snoda in decine e decine di tornanti che portano verso nord. Anche Herb (al Grand Canyon) ci ha messo in guardia sul fatto che la strada potrebbe essere brutta ma soprattutto ci ha detto di stare attenti ai tornanti senza guard rail. Lui addirittura, in questo periodo dell’anno, ci ha trovato la neve. E’ il motivo principale per cui la sera prima abbiamo comprato le felpe e le maglie a maniche lunghe. Facciamo colazione (stavolta ve la risparmio) e alle 8.30 siamo già fuori dal motel. Prima di metterci in marcia passiamo da un supermarket per rifornire un po’ lo zaino frigo. Ci servono acqua e succhi di frutta, banane, crackers e qualcos’altro… perché non ci facciamo un’insalata? Nel reparto verdure c’è il buffet delle insalate già sminuzzate e con un’ampia scelta di condimenti (dressing), da mettere in contenitori di plastica sigillabili insieme a posate e tovaglioli usa e getta. Ricorda un po’ il banco insalate dei ristoranti Autogrill quindi, in quanto rappresentante di commercio, mi sento un po’ a casa mia. Abbondiamo, forse esageriamo un tantino e ne pagheremo poi le conseguenze. Lasciamo al banco la bellezza di 29 $. Eccoci di nuovo in sella, ruota puntata verso nord lungo una verdeggiante valle. Si sale passando allevamenti di cavalli e campi da golf con creste alberate a fargli da contorno.

Scorcio dei paesaggi
lungo la hwy 550

Poi cominciano i famigerati tornanti. Questi sono talmente ampi che potrebbero sembrare quelli dell’A1 sul tratto appenninico, niente di più semplice da fare a 45 mph. Herb probabilmente non ha mai guidato sulle nostre Alpi o sul passo del San Pellegrino in Garfagnana. Comunque è vero, non ci sono i guard rail e forse sarà un problema in inverno con 2 metri di neve, non adesso.

Saliamo dolcemente come se scivolassimo sul fianco di un flute di champagne a cavallo di una bollicina. Fanno impressione le distanze. 
Altra veduta lungo
la strada per Silverton
Dalla strada, sul fianco della montagna con la valle sulla destra, vediamo le altre cime a decine e decine di chilometri e nel mezzo solo alberi e rocce. Lungo la strada avvistiamo dei cervi che brucano beati a pochi metri dall’asfalto mentre una marmotta si alza sulle zampe posteriori proprio sul ciglio della strada, così vicina che mi viene voglia di afferrarla… poi penso: “ma cosa me ne faccio di una marmotta?”.
Cervi a bordo strada
Arriviamo in vetta al passo e decidiamo di fermarci per delle foto perché la vista è mozzafiato. Altri riders hanno la nostra stessa idea, sono fermi al bordo della strada che in questo punto è più stretta e molto sporca. Soprattutto di sassi e ghiaia, risultato del disgelo che sgretola l’asfalto. Se fermarsi senza cadere è difficile, ripartire è un’impresa. Per fortuna va tutto bene e iniziamo la discesa verso Silverton. Questi è un villaggio molto animato, soprattutto da appassionati di fuori strada che oserei dire estremo.
Una sosta per una foto
I Wrangler e i Renegade modificatissimi affollano le aree di parcheggio. Non ci sono altri mezzi a parte un cingolato della seconda guerra mondiale, qualche Harley e il treno a vapore che arriva giusto giusto insieme a noi da Durango. Silverton è soprattutto attrazione turistica e in neanche mezzo miglio di strada ci sono una ventina di negozi di souvenir oltre ad una decina di ristoranti e tavole calde. Dopo il solito shopping di cianfrusaglie, essendo le 11.30, puntiamo un ristorante, quello più appariscente… e non sbagliamo. Il Grumpy’s è un vecchio saloon in stile fine ‘800 con tanto di pianista che suona dal vivo su un vecchio piano verticale canzoni come “Oh Susanna”o “La Stangata”. Sul menù si legge che quasi tutto l’arredo è ancora quello originale. C’è un bellissimo bancone sotto un soffitto in pannelli laminati di stagno a motivi floreali. Piccoli tavoli in legno massello e tante stampe d’epoca con ritagli di giornale sulle cronache del west. Il menù invece è più moderno e vanta hamburgers, hot dog e patatine fritte oltre a gelati e bibite. Insomma niente di straordinario se non fosse per un paio di dessert molto particolari tipo l’Apple Crisp che è una ciotola di mele tritate e cotte nel forno, servite con gelato alla panna e panna montata.
Arrivo a Silverton
Assai buono e assai pesante. Ne ordina uno Piccola accompagnato da una cioccolata calda mentre io vado per il Garden Burger. Lì per lì penso sia un normale hamburger condito con verdure salvo poi scoprire che con il termine “garden burger” gli americani intendono hamburger vegetale, a base di soia. Comunque non è male, anzi faccio il bis. È ora di ripartire anche perché a nord il cielo si sta facendo greve. Il tempo di far benzina e via di nuovo in sella ma solo per un quarto d’ora perché poi comincia a piovere, e come! Cadono giù grossi scrosci che ci accompagnano per oltre 80 miglia, fino a Montrose. 
Veduta di Silverton
Qui ci fermiamo giusto il tempo di far visita al dealer HD locale e comprare patch e pin. Come smette di piovere, ripartiamo in direzione nord verso Grand Junction. In realtà, nel programma originale ci sarebbe una visita con sosta a Gunnison che è a 30 miglia a est di Montrose ovvero 30 miglia fuori traiettoria sud-nord, nel pieno del Rockies. Ma le precedenti 80 miglia sotto l’acqua ci hanno spossato e allora tiriamo dritto verso Grand Junction in modo da anticiparci per il giorno successivo che invece prevede la visita dell’Arches Park. Sembra che ci siamo lasciati la perturbazione alle spalle invece niente di più sbagliato. A 5 miglia dall’arrivo ci coglie un acquazzone così intenso che ci costringe a fermarci sotto la pensilina di un distributore di benzina. Non riusciamo neanche a vedere la strada e proseguire diventa pericoloso. Fermi sotto la pensilina, una signora, forse per tirarci su di morale, comincia ad intavolare un’amichevole conversazione che sfocia in una sequela di suggerimenti su dove andare a dormire. E comunque ci assicura che la pioggia non durerà più di mezz’ora.
A Silverton ci trovi qualsiasi
tipo di fuori strada

La definisce “monsone”. Ok, non avendo prenotazioni a Grand Junction, seguiamo un po’ di indicazioni stradali che segnalano “lodge” e un po’ ci facciamo aiutare dall’iPhone. Il primo che troviamo è il motel Best Western Sandman il cui nome, essendo io un fan dei Metallica, mi attrae parecchio. Entriamo e chiediamo una stanza. La stanza c’è, dopotutto non siamo in una località turistica ma solo di passaggio, un “grand” crocevia come definito dal nome stesso, un po’ come il nostro “Indicatore”. Il prezzo è poco sopra gli 80 $ e ci possiamo stare, siamo troppo stanchi e infreddoliti per andare a cercare in giro qualcosa di meglio o di più economico. Con l’insalatona nello zaino frigo, quasi quasi ce ne stiamo a mangiare in camera senza uscire… peccato che, strada facendo, si è rovesciata tutta nello zaino e tutto, anche lo zaino stesso, ha preso il sapore e l'odore acido dell’aceto. Di fronte il motel ci sono due ristoranti, comodi e senza dover riprendere la moto. Tra questi c’è una steak house della catena Apple Bee’s. Il locale è informale ed accogliente con le cameriere più brutte e più simpatiche che abbia mai conosciuto (e falle anche mordere…). 
Bistecchina da Apple Bee's

 Basta hamburger, ci prendiamo due bistecche da 12 oz. (once, pari a 350 grammi) rigorosamente “medium rare” (al sangue ma non troppo a differenza del “bloody rare”) e con patatine fritte senza salse. Ci mettiamo anche due Diet Coke, non c’è di meglio. Bistecche molto buone, quasi come quelle che mi faccio a casa da solo. È l’ora di andare a letto, stanchi, felici ma stavolta con il rimorso di aver dedicato al Colorado solo poco più di una giornata.