martedì 1 dicembre 2009

HOG INVERNO 2009: Io ero con il Chianti Chapter…

Non so niente su come fosse una volta il “Palle quadre” o con quale spirito venisse affrontato.

Non so nemmeno chi fossero o cosa facessero gli ideatori originali se non quello che ho sentito raccontare dai “veterani” del bicilindrico di Milwakee (quelli che già cavalcavano le Harley quando ce ne erano poche, quando erano visti con occhio storto).
Sono un pivello, hogger da poco più di due anni e con appena 25.000 km sotto le ruote… e gli attributi non mi si sono ancora “squadrati”.
Però sono appena tornato dal mio terzo HOG INVERNO e sono
entusiasta di esserci stato, di poterlo raccontare e di poter attaccare una nuova patch sul mio gilé di pelle ancora molto “vuoto” e nero.
Ovviamente sono partito il venerdì sera, di notte con destinazione segreta poiché penso che le esperienze, pur dure che siano, o si affrontano nella sua interezza o non si può dire di averle veramente vissute.
La parte più dura, contrariamente a quello che si possa pensare, non è stato il viaggio ma l’attesa della partenza: un po’ come stare nel corridoio davanti l’aula prima dell’esame di maturità quando i tuoi compagni ripassano gli orali ad alta voce e tu che li ascolti vai nel panico perché in quel momento non ti ricordi più niente (almeno per me è stato così, ero un somaro a “sQuola”).
Venerdì sera, davanti allo Speed Shop, tutti che parlavano dei “rimedi” per l’acqua ed il vento adottati dopo numerosissime esperienze e io che pensavo: << Sarò abbastanza coperto o mi farà freddo?>>; << La tuta antipioggia ce l’ho?L’ho messa in borsa? Non ricordo, aspetta che ci riguardo… e ci riguardo… e ci riguardo>> ; << La indosso ora? No no, non faccio il fifone e la indosso più tardi casomai cominciasse a piovere…>>; << E se gli altri poi non si fermano per aspettarmi quando mi metto la tuta? E se poi li perdo e vado a finire a Cecina? …è gia successo…>> ; << Sai cosa? Io la metto ora e se mi da fastidio soffrirò in silenzio…>>.
Allora sono andato alla moto, ho aperto le duemila cinghie (non si sa mai se sono abbastanza) che tengono chiusa la borsa laterale e ho tirato fuori la tuta da acqua. Ed ecco che, come quando scatta l’allarme antitaccheggio all’autogrill, quelli intorno a me hanno cominciato a fissarmi preoccupati per cinque secondi e poi sono corsi alle LORO borse a tirare fuori le LORO tute da acqua… perché la paura che avevo io ce l’avevano in tanti… e non mi sono sentito più un fifone.
Tutti i timori sono svaniti nel nulla all’accensione dei motori. In quel preciso momento ha cominciato anche a piovere come a voler dire che se HOG INVERNO deve essere che INVERNO sia.
E poi ero con il Chianti Chapter, un gruppo che muove centinaia di persone, di amici, qualsiasi cosa faccia. Ad ogni brivido di freddo (non ero poi così coperto bene) venivo scaldato dal sorriso del compagno che mi stava a fianco ed ogni tratto di strada buia veniva rischiarato dal serpentone di luci rosse che mi precedeva … e gli schizzi di pioggia che salivano dalla mia ruota anteriore erano come scintille al fascio luminoso del faro. In cuffia sotto il casco, Elvis e i Buena Vista Social Club come colonna sonora.
Un’ora o due dopo (non mi ricordo, non le ho contate, forse addirittura tre) siamo arrivati alla località segreta, e tutto era andato bene. Scosso ancora da qualche brivido, ho lasciato nel parcheggio dell’hotel la mia ragazza cromata… ma il viaggio non era veramente finito perché è continuato per almeno un altro paio d’ore nei racconti degli altri, seduti al tavolo del ristorante, davanti ad un piatto di arista di maiale e patate al forno.
Mattina seguente, gran mal di testa: forse il freddo della sera prima o forse, come mi ha fatto notare il Director, non avevo bevuto abbastanza.
Conquistare Roma è stato un gioco da ragazzi: di giorno e col sole (contrariamente ad ogni previsione) abbiamo attraversato il Viterbese e la campagna romana tra i sorrisi della gente che ci ha visto sfilare, con i bambini che si tappavano le orecchie e con le vecchiette che sotto i baffi ci insultavano chiamandoci “barbari”… dopotutto la somiglianza c’è, corna sull’elmetto a parte.
Come sempre, ottima la scelta dell’albergo che ormai conosco bene anche io: quando scendiamo a Roma (per me è stata la terza volta in assoluto) andiamo allo Shan Gri la che è bello, comodo e, anche se la direzione non vuole che parcheggiamo le moto davanti all’ingresso, ci accoglie sempre con calore. Quel giorno non è stata da meno.
Non mi soffermerò sul pranzo che è stato abbastanza magro ma comunque costoso: la prossima volta mi dovrò ricordare di scegliere meglio il ristorante, dopotutto a Roma c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Diversamente ho passato un bel pomeriggio a sorseggiare rum con gli amici al tavolino di una splendida terrazza, sparando cazzate, parlando di donne e scherzando sulla spia dell’olio della mia 1340 che si accende sempre nei momenti meno indicati… porca paletta!!!!
Sabato sera. Per chi non avesse mai visto il Pala Cavicchi, è come un enorme centro commerciale all’interno del quale invece dei negozi ci sono delle discoteche. Roma è veramente grande in tutto! Non sono nemmeno riuscito a contare tutte le sale nonostante ci fosse il numero in caratteri giganteschi all’esterno di ogni padiglione. La sala riservata alla HOG era immensa, il parcheggio fuori era intasato da centinaia e centinaia di moto. Il cupo rombo dei motori faticava a farsi sentire tra il vocìo e le risate degli harleysti in coda nell’attesa di entrare. Poi colori, luci, cori, musica: dentro la sala era una amalgama di giubbotti nero e arancio tra tavolini imbanditi e camerieri che come pinguini scivolavano tra i tavoli con enormi vassoio di acciaio. E li dentro c’erano veramente tutti, più di 1200 mi hanno poi detto. Hoggers da Palermo, Napoli, Milano, Verona, Torino, Cagliari e da tutte le altre parti d’Italia con i romani in prima fila: qualcuno già lo conoscevo, i più però mi erano sconosciuti. Ma non importa perchè mi hanno salutato lo stesso come se fossi una vecchia conoscenza. Questa è la magia della HOG. E io ero lì con il Chianti Chapter, il Chapter più numeroso dopo i Chapter romani.
Al secondo piatto di arista di maiale e patate al forno (secondo me è il piatto ufficiale dei raduni HOG oppure non me lo spiego perché lo trovo sempre) Tony Esposito è uscito sul palco. Ve lo ricordate? Quello di “Calimba de Luna”… io non me lo ricordavo, sono troppo giovane forse. Ma i Chapter campani hanno alquanto gradito… e confesso che un po’ mi è piaciuto anche a me che non nascondo di essere un patito dei ritmi latino-americani. Forse è poco da Harleysti ma quando il ritmo chiama bisogna rispondere. E il Chianti Chapter ha risposto quasi subito perché, senza neanche finire la cena (tanto mica andiamo ai raduni per mangiare), sette o otto di noi erano già saliti sul palco scalzando le cubiste e la nota DJ (Renna o Daino, non ricordo) di RDS che nel frattempo aveva preso il posto di Tony.
Quando è cominciata la musica dance commerciale (si, proprio quella che suonano in tutte le discoteche la domenica pomeriggio!), siccome ho scelto l’Harley perché non mi sono mai piaciute le discoteche, me ne sono tornato in albergo dove è cominciata quella che per me è stata la vera serata: gli amici giusti sui divani della hall dell’albergo con un buon bicchiere di rum, un altro di Jack e giù a parlare di donne, motori e chi più ne aveva più ne metteva.

Il mio compagno di stanza ha russato tutta la notte come un caterpillar al minimo: appunto in agenda per la prossima volta di portare i tappi per le orecchie.
Il rientro libero della domenica è stato un viaggio nell’autostrada dei miei pensieri, lasciando spento l’iPod, ascoltando solo il motore e il vento che filtrava nel casco… e la spia si è spenta da sola appena lasciato il grande raccordo anulare come a non voler turbare i miei pensieri. Un soffio ed ero a casa, con la mia ragazza cromata dalla mia ragazza di carne e sangue, contento di essere stato con il Chianti Chapter all’ HOG INVERNO. Perché io ero con il Chianti Chapter e faccio parte del Chianti Chapter. Anche IO sono il Chianti Chapter.

Samurai